Allevamento e autodistruzione
L’allevamento cinofilo moderno è destinato all’autodistruzione, e lo è per sua stessa definizione.
L’idea di conservare immutata una razza, rifiutando categoricamente ogni piccolo processo evolutivo e provando a rimuovere in modo ossessivo ogni carattere che si discosta da quelli maggiormente di moda, semplicemente non può funzionare nel lungo periodo.
Nelle popolazioni naturali, la salute biologica emerge proprio dal continuo processo evolutivo: un lento e quasi impercettibile ma costante cambiamento, che con l’aiuto della selezione naturale premia gli individui più adatti, promuovendo l’evoluzione delle specie. Ogni cambiamento, ogni piccola novità, prima genetica e poi fenotipica, viene inevitabilmente testata dalla pressione selettiva, che determina cosa abbia abbastanza funzionalità da proseguire nel tempo. I caratteri che migliorano adattamento e successo riproduttivo tendono progressivamente a diffondersi all’interno della popolazione. Ed è interessante notare come alcuni caratteri ornamentali riescano comunque a superare il filtro della funzionalità, perché sì, anche la bellezza può essere funzionale. Pensate alle code ornamentali di alcuni uccelli: sono spesso ingombranti e apparentemente controproducenti, ma conferiscono un vantaggio nella selezione sessuale. Il carattere ornamentale, in questo caso, viene bilanciato per dare il miglior risultato possibile.
In allevamento, almeno sulla carta, ci muoviamo su idee diametralmente opposte: fissiamo l’immagine del cane ideale, e la inseguiamo ad ogni costo, sacrificando sul suo altare qualsiasi elemento, positivo o negativo, pur di raggiungere il risultato sperato. Per arrivare a “quella testa” siamo disposti a soprassedere a caratteri terribili o a chiudere gli occhi davanti a problemi che si ripetono nelle linee. E più ci avviciniamo al risultato sperato (che, spoiler, non arriverà mai…) più ci irrigidiamo, smettendo di accettare qualsiasi cosa si allontani anche di poco da quell’immagine ideale. Questo crea una pressione conservativa estrema, che riduce progressivamente la capacità delle razze di evolvere in modo funzionale. E sapete cosa succede alle popolazioni che perdono capacità adattativa? Prima o poi collassano.
Noi, se possibile, riusciamo a fare anche peggio di così. Perché questo rifiuto dell’evoluzione è, in realtà, un mezzo alibi comodo per giustificare metodiche di allevamento ormai antiche. La verità, ben più triste di così, è che siamo assolutamente disposti ad accettare un certo grado di evoluzione nelle razze, a patto che questa evoluzione sia verso caratteri “wow”: forme e proporzioni totalmente disfunzionali che piacciono e si vendono bene. Perché vendere un cane che non è in grado di respirare è più facile che spiegare a un futuro proprietario perché il muso meno “wow” sia, nei fatti, migliore.
In natura, caratteri gravemente disfunzionali tenderebbero rapidamente a essere eliminati dalla pressione selettiva. La selezione artificiale, invece, è schiava del tuning umano. Gli allevatori etici, nell’applicare la propria selezione artificiale, aspirano a renderla quanto più simile possibile a quella naturale.
Stiamo creando individui belli da vedere, ma sempre meno capaci di adattarsi e mantenere una reale plasticità biologica. E questa è molto simile alla definizione di fossile. Affascinanti… Ma morti.
E non è un caso che in biologia esista il concetto di “fossile vivente”. Un fossile vivente è una linea evolutiva che mantiene nel tempo una struttura biologica relativamente stabile e poco modificata rispetto ai suoi antenati antichi, spesso all’interno di una nicchia ecologica molto conservativa.
Le razze canine moderne rischiano di trasformarsi in qualcosa di concettualmente simile: popolazioni geneticamente sempre più chiuse, selezionate per conservare una forma precisa più che per continuare ad adattarsi dinamicamente.