Come il cambiamento climatico (quello vero) sta colpendo la cinofilia
Secondo me uno dei motivi per cui il dibattito sul cambiamento climatico è diventato così tossico è che ormai fa comodo a tutti raccontarlo come un’apocalisse.
Fa comodo a chi vuole creare allarmismo, perché la paura vende sempre benissimo. Ma fa comodissimo anche all’altra barricata, perché se il cambiamento climatico viene raccontato solo come “tra dieci anni avremo i delfini in tangenziale”, allora basta guardarsi intorno e dire “eh vedi? non sta succedendo” per sentirsi improvvisamente più intelligenti.
È una narrativa perfetta per entrambi. Peccato che la realtà biologica funzioni in modo molto più subdolo. Perché il cambiamento climatico reale raramente si manifesta come una catastrofe improvvisa. Si manifesta molto più spesso come una lenta destabilizzazione biologica della normalità.
Ed è una cosa che nella cinofilia stiamo già vedendo benissimo.
Le zecche sono probabilmente l’esempio più evidente. Chi vive davvero all’aperto coi cani da anni se ne accorge senza bisogno di leggere studi scientifici: la loro pressione ambientale è cambiata enormemente. E no, non è una suggestione collettiva: siamo a inizio maggio, e i nostri cani non possono già più girare tranquillamente nel campo sotto casa. Un campo totalmente recintato e precluso ai selvatici.
Le zecche dipendono moltissimo da temperatura e umidità ambientale. Inverni più miti aumentano la sopravvivenza sia degli adulti sia delle forme giovanili. Inoltre si allunga la loro stagione attiva e in alcune aree aumenta persino la finestra riproduttiva. Tradotto: più zecche sopravvivono, più zecche si riproducono, più tempo hanno per cercare ospiti. Il gelo intenso e prolungato, soprattutto quello del terreno, un tempo funzionava come un vero filtro ecologico naturale. Oggi invece in molte zone europee abbiamo inverni che sembrano un novembre infinito: umidi, relativamente miti, con pochissimi periodi di congelamento stabile del suolo. E questo ovviamente non significa solo “più punture”. Significa più possibilità di trasmissione di patologie come ehrlichiosi, anaplasmosi, babesiosi e borreliosi. Malattie che fino a pochi decenni fa avevano distribuzioni e incidenze molto diverse.
Lo stesso discorso vale per numerosi parassiti intestinali. Molti protozoi e parassiti gastrointestinali sopravvivono nell’ambiente sotto forma di oocisti o uova estremamente resistenti. Giardia e coccidi, per esempio, vengono fortemente influenzati da umidità, temperatura e persistenza ambientale. Per anni il freddo intenso ha rappresentato un meccanismo di contenimento naturale. Non eliminava il problema, ovviamente, ma contribuiva a interrompere parte dei cicli biologici. Oggi invece ci troviamo sempre più spesso con terreni umidi, meno gelo, stagioni sfalsate, fango persistente e temperature invernali troppo alte per funzionare da “reset”. E quando alteri i tempi biologici di un ecosistema succede una cosa interessante: non ottieni necessariamente il caos immediato. Ottieni un aumento costante della pressione patologica. Che è molto peggio da gestire. Perché non ti accorgi del cambiamento in un singolo giorno. Lo noti dopo anni, quando improvvisamente ti sembra che i cani abbiano più problemi, servano più trattamenti, ci siano più recidive e la gestione sanitaria sia diventata molto più complessa e costosa.
Poi c’è la leishmaniosi, che secondo me è uno degli esempi più interessanti dal punto di vista epidemiologico. Per anni è stata percepita quasi esclusivamente come una patologia “del Sud”. Ma il suo vettore, il flebotomo, è estremamente sensibile alle condizioni climatiche. Basta modificare leggermente temperatura minima, durata della stagione favorevole e umidità per alterarne distribuzione geografica e capacità riproduttiva. Ed è sufficiente un cambiamento di qualche decimo di grado Celsius, infatti da anni si osserva una progressiva espansione verso aree prima considerate relativamente sicure.
La cosa affascinante è che la natura non ragiona per confini amministrativi o slogan politici.
Ragiona per nicchie ecologiche: se una nicchia diventa improvvisamente favorevole, qualcosa la occuperà.
Nel mondo del cane da lavoro questa cosa la si percepisce ancora meglio, perché lavora direttamente sui limiti fisiologici. Ormai gli autunni stanno diventando sempre più imprevedibili. Finestre di allenamento ridotte, neve instabile, terreni peggiori, aumento dello stress termico, maggiore difficoltà nel programmare carichi e recuperi. E non serve un aumento di 10 gradi per creare problemi. A volte bastano pochi gradi medi e soprattutto una maggiore instabilità climatica.
Perché il vero lusso biologico non è più nemmeno il freddo. È la prevedibilità. Gli organismi si adattano molto meglio a condizioni difficili ma stabili, piuttosto che a condizioni continuamente alterate.
Ma quindi cosa dovrebbe fare oggi un cinofilo serio?
Prima di tutto smettere di ragionare come si ragionava vent’anni fa. Perché biologicamente non viviamo più nello stesso contesto ambientale. Significa aumentare l’attenzione verso prevenzione parassitaria, monitoraggio sanitario, gestione dell’umidità negli ambienti, controllo delle acque stagnanti, qualità dei terreni, densità animale e pianificazione delle stagioni sportive. Significa anche selezionare cani robusti davvero, non solo esteticamente belli o “di moda”. Perché quando aumenta la pressione ambientale, la resilienza biologica torna improvvisamente ad avere un valore enorme.
E soprattutto significa tornare a osservare la realtà invece di vivere di slogan.
Perché la natura raramente collassa tutta insieme. Molto più spesso si sregola lentamente. Ed è proprio questo che la rende molto più difficile da capire.
How Climate Change (the Real One) Is Affecting the Dog World
In my opinion, one of the reasons why the climate change debate has become so toxic is that it’s now convenient for everyone to portray it as an apocalypse.
It’s convenient for those who want to create alarmism, because fear always sells extremely well. But it’s also incredibly convenient for the opposite side, because if climate change is only described as “in ten years we’ll have dolphins swimming through city streets,” then all you have to do is look around and say “see? it’s not happening” to suddenly feel smarter than half the scientific community.
It’s the perfect narrative for both sides. The problem is that biological reality works in a much more subtle way. Real climate change rarely manifests itself as a sudden catastrophe. Much more often, it appears as a slow biological destabilization of normality.
And this is something we are already clearly seeing in the dog world.
Ticks are probably the most obvious example. Anyone who has truly spent years outdoors with dogs notices it without needing to read scientific papers: their environmental pressure has changed enormously. And no, it’s not collective suggestion.
Ticks are heavily influenced by temperature and environmental humidity. Milder winters increase the survival of both adults and juvenile stages. Their active season also becomes longer, and in some areas even their reproductive window expands. In simple terms: more ticks survive, more ticks reproduce, and they have more time to search for a host.
Intense and prolonged freezing, especially ground frost, once acted as a real natural ecological filter. Today, in many European areas, winters feel like an endless November: humid, relatively mild, with very few periods of stable ground freezing.
And this obviously doesn’t just mean “more bites.” It means a higher chance of transmission of diseases such as ehrlichiosis, anaplasmosis, babesiosis, and borreliosis. Diseases whose distribution and incidence were very different just a few decades ago.
The same applies to many intestinal parasites. Numerous protozoa and gastrointestinal parasites survive in the environment as highly resistant oocysts or eggs. Giardia and coccidia, for example, are strongly influenced by humidity, temperature, and environmental persistence. For years, intense cold acted as a natural containment mechanism. It didn’t eliminate the problem, obviously, but it helped interrupt part of their biological cycles.
Today, instead, we increasingly find humid soils, less frost, disrupted seasons, persistent mud, and winter temperatures too high to function as a biological “reset.”
And when you alter the biological timing of an ecosystem, something interesting happens: you don’t necessarily get immediate chaos. You get a constant increase in pathological pressure.
Which is much harder to manage.
Because you don’t notice the change in a single day. You notice it after years, when suddenly it feels like dogs have more health problems, require more treatments, experience more relapses, and their overall health management has become significantly more complex and expensive.
Then there’s leishmaniasis, which in my opinion is one of the most interesting examples from an epidemiological perspective.
For years it was perceived almost exclusively as a “Southern” disease. But its vector, the sand fly, is extremely sensitive to climatic conditions. Slight changes in minimum temperatures, duration of the favorable season, and humidity are enough to alter its geographical distribution and reproductive capacity. And even a shift of just a few tenths of a degree Celsius can be enough: for years now, a gradual expansion into areas once considered relatively safe has been observed.
What’s fascinating is that nature doesn’t reason in terms of administrative borders or political slogans.
It reasons in ecological niches: if a niche suddenly becomes favorable, something will occupy it.
In the world of working dogs, this becomes even more evident because that world operates directly on physiological limits.
In sleddog sports, autumns are becoming increasingly unpredictable. Shorter training windows, unstable snow, worse terrain conditions, increased thermal stress, greater difficulty in planning workloads and recovery. And it doesn’t take a 10-degree increase to create problems. Sometimes just a few average degrees — and especially greater climatic instability — are enough.
Because the real biological luxury is no longer even cold itself. It’s predictability. Organisms adapt far better to difficult but stable conditions than to constantly shifting ones.
So what should a serious modern dog owner or breeder do?
First of all, stop reasoning the same way people did twenty years ago. Biologically speaking, we no longer live in the same environmental context.
It means paying more attention to parasite prevention, health monitoring, humidity management, stagnant water control, soil quality, animal density, and planning training and sporting seasons more carefully.
It also means selecting genuinely resilient dogs, not just aesthetically beautiful or fashionable ones. Because when environmental pressure increases, biological resilience suddenly becomes extremely valuable again.
And above all, it means going back to observing reality instead of living through slogans.
Because nature rarely collapses all at once. Much more often, it slowly falls out of balance.
And that is precisely what makes it so much harder to understand.